Marino Falier di Giancarlo Guidotti

Questa del Falier è la famosa congiura che ha fornito materia a tante leggende che, al pari di quella del Tiepolo, è stata giudicata dal pregiudizio politico, come ultimo sforzo di reazione democratica. A tutti è noto il racconto dell’insulto che alcuni giovani nobili, tra i quali il futuro doge, Michele Steno, avrebbero fatto al Falier, scrivendo nella sala dei camini del palazzo ducale alcune parole ignominiose a suo ludibrio, e della lieve pena a cui sarebbero stati condannati; ciò lo avrebbero indignato, fino al punto di fargli concepire il disegno di vendicarsi della nobiltà dominante. Ma è da considerare che era il tempo in cui in Italia si andavano consolidando le signorie; pertanto non poteva sembrare impossibile realizzare a Venezia quello che si era fatto altrove; all’abbattuto governo repubblicano, sostituire un principato saldo e forte, che Falier benché senza figli, avrebbe potuto conservare alla propria famiglia, trasmettendolo al nipote Fantino Falier. La persona del Falier godeva di alta considerazione presso le più importanti cancellerie d’Europa, e tra l’altro apparteneva ad una ricchissima e nobile famiglia di antica data. Il suo tentativo di impadronirsi del potere contro una nobiltà numerosa e concorde, si dimostrò ardito, non badando a macchiarsi del sangue di costoro per conseguire la signoria. La giustizia di Venezia si dimostrò allora, pronta e rapida nella condanna, che fu eseguita con solennità sulla scala, dove Marino Falier aveva promesso di giurare sui Vangeli. La testa insanguinò il pavimento su cui alcuni mesi prima aveva giurato di rispettare le leggi sacre dello Stato. Anche quel giorno si radunarono un gran numero di persone per vedere il corpo dell’uomo accasciato contro il ceppo. I giudici dovevano punire e castigare lo spergiuro, difendere le istituzioni repubblicane dello Stato; non potevano dimenticare il tentato eccidio della nobiltà a cui appartenevano. L’ordine dell’inflessibile Consiglio dei dieci, fu che gli atti del processo fossero dati alle fiamme. “Non scribatur” è ciò che ci rimane delle sedute convulse che si tennero in quei giorni di aprile del 1355.

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